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Portare la Meditazione nella relazione d’aiuto

 la meditazione come strumento per il counselor terapeuta
tratto da "la cura della consapevolezza" di Massimo Tomassini

 

Definita schematicamente la pratica meditativa, condividerò alcune riflessioni su come questo modello introspettivo e interpersonale possa venire applicato allo sviluppo delle qualità dell’essere che sono il fondamento della relazione d’aiuto, con l’intento di offrire alcuni spunti operativi e di ricerca per portare la raffinata conoscenza dei processi del mente/corpo così come studiata e sperimentata dalla psicologia buddista nel laboratorio della psicoterapia e del counseling.

Più che definire un modello di psicoterapia o counseling buddista mi soffermerò sulla possibilità di utilizzare gli strumenti e gli insegnamenti del Dharma buddista come mezzi abili per il contesto dell’aiuto interpersonale, in un ottica transdisciplinare  e integrativa.

I fondamenti della consapevolezza  e la relazione d’aiuto

Tre sono le principali angolazioni attraverso le quali osservare le implicazioni di questo modello relazionale per il counseling e per la psicoterapia: l’esperienza soggettiva del praticante, l’esperienza soggettiva del terapeuta/counselor e l’esperienza della relazione.

Queste si intrecciano con gli elementi fondamentali della pratica così come sono stati insegnati dal Buddha: la familiarizzazione con il corpo e con il mondo delle sensazioni, la familiarizzazione con il respiro, e la familiarizzazione con gli stati e fattori mentali.

I riferimenti principali della pratica della consapevolezza, il Satipatthana Sutta (Discorso sui Quattro fondamenti della Consapevolezza) e l’Anapanasati Sutta (Discorso sulla Consapevolezza del Respiro) descrivono le vie attraverso le quali affinare la contemplazione. In essi viene enfatizzata la necessità di radicare in primo luogo la consapevolezza nell’esperienza corporea per poter poi accedere alla contemplazione degli stati mentali, dei pensieri e delle emozioni.

Il primo fondamento è la consapevolezza del corpo, Kayanupassana: è la piena introspezione rivolta alle sensazioni del corpo, alla postura e ai diversi movimenti e gesti. In particolare la contemplazione comprende la sistematica osservazione dei cambiamenti che si manifestano nel corpo e nel respiro, dalle sensazioni delle posizioni del corpo e dei movimenti al flusso delle sensazioni di calore, formicolio, brividi, pressione, tensione, rilassamento ecc.

Nella meditazione i fattori mentali della concentrazione e della consapevolezza vengono sempre più affinati per giungere ad una osservazione più profonda, continuativa e penetrante, in grado di cogliere livelli sempre più sensibili e sottili nel fluire delle sensazioni e delle correnti neurovegetative, dai livelli più grossolani del movimento ai livelli più sottili del fluire delle sensazioni, sino a percepire le realtà interiori in maniera sempre più dettagliata e raffinata.

Nell’esperienza della meditazione in un contesto di ritiro intensivo l’aumento della sensibilità alle sensazioni corporee può avere effetti alquanto sorprendenti, sia in relazione a sensazioni sgradevoli e dolorose che si manifestano in virtù della qualità di purificazione della pratica, sia in relazione  all’intensificarsi della concentrazione e all’emergere degli stati di profondo benessere e felicità, le esperienze di rapimento ed estasi con la loro intensa fenomenologia psicocorporea.

Inoltre, è direttamente nell’esperienza del contatto interiore con il corpo che il meditante vede sorgere le esperienze di insight, lo sviluppo delle intuizioni lungo il cammino spirituale.

Ma al di là delle esperienze in sé, ciò che è rilevante è come la meditazione di consapevolezza offra uno strumento particolarmente efficace, per il praticante addestrato, per riconnettersi e riconciliarsi con il corpo, con la vitalità e con la ricchezza di quella che è stata definita, nell’ambito della psicoterapia umanistica e delle psicoterapie corporee, come la saggezza organismica, come una forma di conoscenza pre-verbale e a-verbale, diversa dalla conoscenza razionale (Rogers 1961, Perls 1969, Gendlin 1978, 1995).

Kayanupassana si riferisce, inoltre, alla contemplazione del respiro, che è uno degli oggetti di meditazione più comunemente utilizzati: la consapevolezza del respiro è l’attenzione mantenuta vigile nell’osservare il mondo del sensazioni tattili della respirazione, con focalizzazione alle narici, all’addome o lungo tutto il percorso dell’inspirazione e dell’espirazione. Si tratta di osservare e lasciare il respiro così come è, senza modificarlo intenzionalmente, lasciando che l’atto stesso della consapevolezza conduca a calmare il corpo, il respiro e la mente. Quando parliamo di consapevolezza del respiro intendiamo un progressivo incrementarsi della capacità di cogliere, con sensibilità, accuratezza e sollecitudine la dinamica del flusso del respiro,  e delle sensazioni che ad esso si accompagnano, dalle sensazioni più grossolane a quelle più sottili, dalle sensazioni di tensione e blocco alle sensazioni di fluidità e rilassamento. Quando la mente si stabilizza e si placa nella concentrazione sull’oggetto del respiro, le tensioni si allentano e la mente ben addestrata si manifesta come progressivamente più chiara e limpida.

Il secondo fondamento della pratica è Vedananupassana, la consapevolezza della qualità piacevole e spiacevole o neutra delle sensazioni 

Vedana è un termine pali che generalmente è tradotto come ‘sensazioni’. Questa traduzione può essere fuorviante se non si comprende che esso si riferisce al riconoscere le qualità spiacevoli o spiacevoli che sorgono con le sensazioni corporee oppure con il contatto delle porte dei sensi con un oggetto, oppure con il contatto con un oggetto mentale ( un immagine, un ricordo, ad esempio).

Le vedana sono le innumerevoli reazioni di piacevolezza e spiacevolezza che abitano il nostro continuum mentale, i ‘mi piace’ e  ‘non mi piace’ che automaticamente sorgono nel momento in cui percepiamo un oggetto.

Il riconoscimento delle vedana è ritenuto fondamentale perché è da esso che si originano le più complesse attività reattive, il sorgere di desiderio e attaccamento oppure di avversione e repulsione, con le ulteriori conseguenti proliferazioni di pensieri, fantasie ed emozioni. Ad es. ascoltiamo un suono, è piacevole, lo vogliamo ascoltare ancora, ci ricorda qualcosa e ci perdiamo in una fantasia o sogno ad occhi aperti. Oppure percepiamo una sensazione corporea spiacevole e subito sorge avversione e poi fastidio, irritazione o anche rabbia.

Il terzo fondamento della pratica è rappresentato da cittanupassana, la consapevolezza della mente e dei fattori mentali: essere nel presente e contemplare la mente implica osservare in profondità quali condizioni mentali e quali emozioni si manifestano. Il praticante ha da chiedersi in questo caso se è presente il desiderio oppure l’avversione, se la mente è distratta, se c’è avversione, rabbia, gioia. L’osservazione si concentra sul processo del sorgere di uno stato mentale, del suo manifestarsi pienamente e del suo dissolversi alla luce della consapevolezza.

Inoltre cittanupassana comprende l’osservazione delle intenzioni e delle motivazioni, il riconoscere come esse sorgano continuamnete, in seguito al contatto con l’oggetto e alle diverse reazioni interiori.

Il quarto fondamento, dhammanupassana, riguarda ulteriormente la familiarizzazione con la mente con riferimento a specifici oggetti di contemplazione che vengono elencati nel Satipatthana Sutta e che rappresentano elementi importanti della psicologia buddista: gli ostacoli alla meditazione (desiderio sensuale, avversione, indolenza o irrequietezza, torpore, dubbio); i cinque aggregati; le sfere dei sensi (la consapevolezza sensoriale); i sette fattori di illuminazione, che sono qualità mentali il cui rafforzamento e completamento conduce alla liberazione (consapevolezza, indagine, sforzo entusiastico, gioia, tranquillità, concentrazione, equanimità);  le Quattro Nobili Verità, che rappresentano il fondamento dell’insegnamento del Buddha, la realtà della sofferenza, la realtà delle sue cause, la realtà della liberazione e infine la realtà del sentiero che conduce alla liberazione, il Nobile Ottuplice Sentiero.

Nella pratica,  l’osservazione profonda coglie la complessa rete di interconnessioni psicocorporee tra stimoli, sensazioni, pensieri, intenzioni e soprattutto i tre aspetti di impermanenza, insoddisfazione e insostanzialità che caratterizzano l’intero processo dell’esperienza.

Questa osservazione sistematica è praticata attraverso un addestramento graduale che va dalla più elementare e generica consapevolezza della postura e dei movimenti ai livelli di affinata sensibilità al fluire delle sensazioni corporee e dalle sensazioni corporee alle vedana e da queste alla reattività della mente, alla reazione condizionata di illusione, attaccamento e avversione e alle conseguenti emozioni e attività discorsive della mente.

La gradualità del metodo è fondamentale, perché radicando la consapevolezza nell’esperienza corporea si rafforza e dà continuità alla capacità di osservare in profondità. Quando l’equilibrio tra concentrazione, rilassamento e consapevolezza è portato a livelli più avanzati è possibile cogliere le sottili sfumature delle vedana e delle dinamiche della mente. Nelle parole di Corrado Pensa: “solo se abbiamo sviluppato una buona capacità di consapevolezza del corpo e delle vedana è possibile rivolgere fruttuosamente l’attenzione non giudicante al più complesso campo delle emozioni e dei pensieri. Sia perché è naturale andare dal più semplice al più complesso, sia perché non di rado l’unico modo per connettersi con un’emozione è connettersi con le sue manifestazioni fisiche e con il vario avvicendarsi delle vedana, ossia con il tipico pulsare di attaccamento e/o avversione che caratterizza la maggior parte delle emozioni. “ (Pensa, 2002).

La familiarizzazione con la mente riguarda non solo la consapevolezza generica degli stati mentali nel loro sorgere spontaneo ma anche lo sviluppo e la coltivazione di quegli stati mentali che sono ritenuti fondamentali, come ad esempio i quattro stati incommensurabili: l’amore, la compassione, la gioia e l’equanimità.

Effetti della pratica

Ci sembra utile sottolineare, per la loro rilevanza nella relazione d’aiuto, alcuni principali risultati della pratica:

  • un risultato importante e non trascurabile della pratica è la riconciliazione e riscoperta del corpo, unitamente al rilassamento e alla distensione.
  • un altro aspetto che riteniamo fondamentale è lo sviluppo dell’accoglienza compassionevole, equanime e profonda rivolta al mondo delle emozioni e dei pensieri. Questa attitudine di accudimento e accoglienza comporta una maggiore apertura alla vulnerabilità, alla sofferenza ma anche alla ricchezza interiore che si manifesta come la possibilità di trovare la giusta distanza dai pensieri e dalle emozioni.
  • Il terzo risultato che riteniamo fondamentale è l’aspetto di protezione che la pratica offre: la consapevolezza ha come effetto quello di creare un intervallo tra contatto con lo stimolo, sensazione e reattività: un intervallo che ha la funzione di proteggere dagli stati mentali non salutari e dai comportamenti disadattivi e nocivi per sé o per l’altro. Se la mente è consapevole coglie la reattività, vive l’emozione, la lascia fluire senza bisogno di scaricarla in un acting out né di reprimerla. La pratica quindi come metodo per trovare un sano equilibrio tra sensazione, emozione, pensiero e azione.
  • In ultimo, possiamo vedere l’addestramento meditativo come la scoperta di una spaziosità interiore, una dimensione di saggia, compassionevole apertura che permette di dimorare nella pace interiore e di osservare e lasciar essere le emozioni, i pensieri, le esperienze che si manifestano incessantemente nel continuum mentale.

E, al di là dei risultati, essere nella pratica vuol dire assumere questa attitudine di apertura investigativa e compassionevole, una disposizione d’animo motivata alla ricerca, alla crescita, al miglioramento di sé come esseri umani. E questo soprattutto in relazione all’aspetto più evidente della pratica stessa e cioè il fatto che meditare significa riconoscere di quanto siamo lontani da quelle condizioni ideali di pace e disincanto, di quanto la mente è pervasa da abitudini  e condizionamenti limitanti e non costruttivi: la pratica, al di là delle sterili idealizzazioni, è un continuo rendersi conto di come non siamo consapevoli, pazienti, compassionevoli ecc, di quanto la nostra mente sia abitata dalla confusione, dall’attaccamento e dall’avversione.

Praticare significa sviluppare un atteggiamento di continua attenzione e accoglienza rivolti a ciò che si manifesta, e in primo luogo rivolti alla tendenza a non essere presenti, a fuggire, a lottare contro la nostra stessa esperienza, a volerla modificare per ottenere qualcos’altro che si ritiene essere soddisfacente. Solo a partire dalla consapevolezza, dal riconoscimento di questo ‘disequilibrio mentale’ è possibile sperimentare la forza delle condizioni salutari della mente, la stabilità, il rilassamento e la chiarezza.

Le implicazioni della consapevolezza del corpo e della mente per il counseling e la psicoterapia.

 

  1. L’importanza della familiarizzazione del corpo e della mente per il cliente

Vediamo ora alcuni spunti di riflessione per quanto riguardo lo specifico del cliente.

A1) Nel corpo, oltre la mente razionale, oltre la desensibilizzazione

La pratica, abbiamo visto, comporta una sempre più profonda e raffinata attenzione al corpo e al presente. Aderire alle sensazioni del corpo è uno strumento privilegiato per riportare l’attenzione al presente: quando sati, la consapevolezza, risveglia la mente dal suo perdersi nei pensieri e la riporta nell’osservazione del corpo, avviene un radicamento, uno spostamento dell’attenzione e sensibilità verso la concretezza del corpo e della nostra presenza come esseri incarnati. Radicarsi nel corpo è radicarsi nel presente, essere presenti a se stessi nel qui ed ora vuol dire essere in contatto con il flusso delle sensazioni ed esperienze interiori senza perdersi in congetture sul passato o in progetti per il futuro.

Quando la pratica si fa più stabile, all’aumentare della consapevolezza concentrata e investigativa, il sentire si fa sempre più ricco e “interessante”: flussi di sensazioni, correnti di calore, sensazioni di formicolio, contatto, pressione, percezioni dell’energia che attraversa il corpo ecc, suscitano interesse e accrescono la motivazione all’autoesplorazione e questo riduce sensibilmente la distrazione, in modo naturale e spontaneo, rinforzando di conseguenza la consapevolezza.

In particolare questo è significativo nell’incontro d’aiuto per l’importante funzione della concentrazione e focalizzazione dirette a un livello che va oltre la sterile elaborazione mentale, al di là di quelle che sono le ‘difese verbali’, al di là dei meccanismi di evitamento del contatto e della consapevolezza attraverso la razionalizzazione e l’intellettualizzazione: la parola ed il pensare, così come spesso vengono utilizzati nel counseling e nella terapia, quando non sono collegate al processo della consapevolezza e al necessario rallentamento interiore, rappresentano una fuga, un evitamento del contatto con l’esperienza, spesso attuato automaticamente quando questa è vissuta come minacciosa e ansiogena. Stare in contatto con elementi della propria esperienza come la vulnerabilità, la sofferenza, l’angoscia ma anche la tensione, la frustrazione, le difficoltà, comporta un certo grado di fiducia e motivazione, ed è un processo fortemente agevolato da un clima relazionale empatico e attento. E’ attraverso il delicato e progressivo avvicinarsi al mondo interiore che è possibile scoprire come questo meccanismo di evitamento sia disfunzionale e sia alla base della confusione mentale, dell’incapacità di riconoscere i bisogni fondamentali e quindi di risolvere i problemi esistenziali e di orientare le proprie scelte in modo saggio. Questa distorsione ha la sua radice nell’allontanamento dal corpo e dal sentire, per questo il raffinato training alla sensibilità e alla consapevolezza di kayanupassana e vedananupassana sono da considerarsi come mezzi particolarmente significativi e utili nella relazione d’aiuto.

Vediamo meglio l’aspetto fondamentale della dinamica de-sensibilizzazione/sensibilizzazione: il processo che riporta la persona alla sensibilità psicocorporea è di cruciale importanza e differenzia l’approccio orientato alla consapevolezza dai modelli che utilizzano prevalentemente la parola e l’interpretazione. Esso si avvicina nei principi agli approcci della psicoterapia corporea, discostandosi nell’enfasi posta sulla presenza rispetto all’espressività e alla scarica delle emozioni.[1] 

Ne parlerò con un accenno al modello della Gestalt Therapy, che storicamente rappresenta il modello psicoterapeutico che per primo ha integrato il lavoro sulla consapevolezza nella pratica clinica, offrendo interessanti e efficaci elaborazioni dell’essere nel presente nella relazione d’aiuto.

Il riferimento centrale della Gestalt Therapy è il modello del ciclo di contatto o ciclo di soddisfazione dei bisogni. Secondo questo modello tutte le nostre esperienze e azioni sono radicate nello sfondo organismico e sensoriale, nel corpo, ed emergono da questo. Ad esempio sorge un insieme di sensazioni che riconosco come sete, bisogno di bere; decido di bere e decido cosa bere. Mi oriento nell’ambiente a cercare dove posso trovare dell’acqua; prendo il bicchiere e la bottiglia, verso l’acqua e bevo. Respiro, sto nella consapevolezza, emerge un altro insieme di sensazioni che porterà ad altre scelte e azioni. Nella sua essenzialità richiama il famoso aneddoto Zen in cui al discepolo che gli chiede cosa fa per essere illuminato, il maestro risponde: “nulla di speciale, quando ho sete bevo, quando ho fame mangio, quando ho sonno dormo”.

Il modello si applica alle diverse situazioni, dalle più semplici scelte orientate ai bisogni primari, alle più complesse elaborazioni interiori e dinamiche relazionali e si fonda sulla considerazione fondamentale secondo la quale senza una chiara consapevolezza delle sensazioni, senza una sana connessione con il corpo ed il sentire, perdiamo il riferimento con i bisogni fondamentali, con la capacità di orientarci nell’ambiente, con le potenzialità dell’essere in relazione.  Se una persona non è in contatto con il mondo interno, a partire dall’esperienza sensoriale, le scelte e le azioni che compie sono scollegate dai bisogni reali e le elaborazioni mentali sono congetture ed intellettualizzazioni che alimentano la confusione e la sofferenza dell’essere scollegati, lontano da sé e dagli altri.

Quindi le sensazioni sono il riferimento centrale dell’essere radicati nella realtà, dell’essere nel presente, dell’orientarsi e relazionarsi con il mondo interno ed esterno.

Questo modello include necessariamente il fatto che gli esseri umani abbiano sviluppato strategie difensive di cui la desensibilizzazione è la principale: abbiamo imparato forme diverse per non sentire, per non stare in contatto con ciò che è doloroso, frustrante, sconosciuto; e abbiamo imparato a limitare la consapevolezza per evitare ciò che riteniamo minaccioso. Il processo è stato approfonditamente descritto nell’ambito della terapia della gestalt come processo dinamico dei meccanismi di interruzione del contatto[2], ma per semplificare, in questo contesto ritengo utile evidenziare il fatto che la desensibilizzazione attraversi tutta la dimensione della psicopatologia, dagli stati di incorporeità della psicosi, alla conflittualità manifestata nel corpo delle patologie borderline alla inconsapevolezza della nevrosi.

Un adeguata comprensione dei meccanismi di interruzione della consapevolezza e del loro principale significato di desensibilizzazione e di evitamento dell’esperienza sconosciuta e ritenuta spiacevole, permette al clinico ed al counselor di disporre di strumenti per integrare e adattare le tecniche della meditazione ed il lavoro sulla risensibilizzazione alle diverse tipologie dell’utenza.

L’attenzione al corpo e la sempre più raffinata investigazione nel mondo interno evidenzia in modo particolare i meccanismi di interruzione, il modo in cui le persone sono distaccate da se stesse, il modo in cui evitano di sentire. Ma il processo della risensibilizzazione non è affatto semplice: risvegliarci al sentire comporta il risvegliarci al dolore, alla sofferenza, ai sentimenti sgradevoli,  e non solo alla gioia e al benessere. Vuol dire aprirci alle ferite della nostra storia, e in qualche modo risperimentare il dolore antico ed evitare di fuggire dalla sofferenza nel presente.

L’integrazione tra terapia, counseling e meditazione offre risorse fondamentali per questo percorso di rivitalizzazione e liberazione: in primo luogo consente alla persona di disporre del sostegno empatico in una relazione d’aiuto centrata su un clima di fiducia e accoglienza; in secondo luogo questo sostegno è attuato per mezzo del rispecchiamento meditativo, cioè di una forma di ascolto che favorisce la familiarizzazione del corpo e della mente attraverso la relazione e la sintonizzazione momento per momento su quanto accade nel processo interiore e interpersonale. 

Nell’esperienza di Mindfulness Project queste risorse relazionali sono centrali per sostenere la fiducia e la motivazione del praticante che intraprende il cammino della consapevolezza, che sceglie quindi un percorso di risveglio e di apertura.

Prendiamo ad esempio la respirazione: se la consapevolezza del respiro è uno degli strumenti più utilizzati in ambito contemplativo, non possiamo non riconoscere che uno dei mezzi attraverso i quali viene attuata la desensibilizzazione è proprio il blocco del respiro: il bambino impara ben presto a trattenere il respiro per trattenere le emozioni, per evitare di sentire e soffrire. Portare la consapevolezza al respiro significa entrare in contatto con il blocco del respiro stesso, che probabilmente non sarà profondo e addominale, ma superficiale e toracico, in una modalità strutturata che implica anche determinate tensioni corporee atte a contenere e trattenere vissuti spiacevoli.

Per sostenere e accompagnare una persona attraverso il blocco del respiro è necessario sapersi sintonizzare, nella relazione, sul come si manifesta la respirazione, sul cosa accade momento per momento nel processo dell’inspirare e respirare, evitando ricerche storiche e interpretazioni sulle cause, sul perché del blocco, ma sostenendo la consapevolezza senza forzare il processo stesso, e favorendo una mirata verbalizzazione nel dare voce alle sensazioni e anche ai pensieri e alle attività della mente. Verbalizzazione che assume delle caratteristiche di etichettatura disidentificata, così come si utilizza ad esempio nella pratica della vipassana secondo il metodo birmano della scuola di Mahasi[3]. Non entreremo ulteriormente in merito alle questioni tecniche di questo approccio, limitandoci a evidenziare l’aspetto di attenzione e sensibilità relazionale che è necessario per facilitare il processo di investigazione e sensibilizzazione interiore del paziente.

A2) Il rilassamento

Un altro aspetto della familiarizzazione con il corpo e con la mente per quanto riguarda il cliente è il rilassamento corporeo, che è in una relazione di reciprocità con il radicarsi nel corpo, con l’esperienza del respiro e con l’allentare della proliferazione mentale: l’attenzione al corpo e al respiro hanno l’importante effetto di calmare la mente e generare condizioni di rilassamento delle tensioni muscolari e psicologiche e quando il rilassamento si approfondisce e la consapevolezza è vigile si ha l’effetto di una aumentata sensibilità, che apre le porte a forme di conoscenza intuitiva sempre più raffinate. Questo aspetto ha conseguenze importanti nell’ambito della relazione d’aiuto, per quanto riguarda il cliente come apprendimento della capacità di pacificare la mente e il corpo e per quanto riguarda l’operatore nella capacità di rilassarsi ed essere vigile e attento al mondo fenomenologico dell’altro.

A)2.1 Rilassamento e soluzione dei problemi

Inoltre, da un punto di vista psicologico, il rilassamento e la calma mentale sono risorse fondamentali per la soluzione dei problemi: come abbiamo visto, il contatto con le sensazioni corporee è il fondamento della consapevolezza e del riconoscimento dei bisogni, e quindi dell’orientamento, delle scelte e dell’azione. Senza una mente calma e rilassata aumenta la confusione e con essa le difficoltà di soluzione dei problemi. A partire da un mente chiara e rilassata è invece possibile comprendere meglio i propri bisogni e quelli degli altri, comprendere le motivazioni, i significati interiori, le conflittualità e le dinamiche che ci impediscono di porre fine alle situazioni problematiche. E, come ci insegna il buddismo, a partire da una mente chiara e rilassata è possibile utilizzare le difficoltà stesse come fonte di crescita cambiando radicalmente la  prospettiva mentale: non più tesi e focalizzati sull’ottenere risultati e sul risolvere o evitare ciò che ci disturba, ma aperti ad apprendere da ogni esperienza.

A2.2) Rilassamento, vigilanza e radicamento nel corpo come mezzi per aumentare la vitalità

Il radicarsi nel corpo, ancor più quando sostenuto dal lavoro psicocorporeo (yoga, qi qong, kum nye o approcci psicocorporei occidentali) ha come effetto non trascurabile un rinnovato senso di vitalità e benessere, che è la manifestazione dell’equilibrio tra mente e corpo. Questa vitalità e qualità sensibile ed energetica rafforza la capacità di concentrazione e sostiene ulteriormente il lavoro ella consapevolezza. Questo non è solo fine a se stesso, come mezzo per stare bene, ma è di cruciale importanza nei momenti difficili, in cui la pratica si fa impegnativa e l’indagine interiore ha da esplorare aree significative di sofferenza interiore.

A3) Il training all’osservazione della mente e la fondamentale funzione della disidentificazione: un nuovo senso di sé al di là del concetto di sé

La pratica di familiarizzazione con la mente e gli stati mentali offre diversi strumenti per l’utente della relazione d’aiuto. Abbiamo visto come l’aprirsi all’osservazione della mente comporti l’apprendimento di un metodo di indagine introspettiva e la scoperta di un modo nuovo di relazionarsi alla propria esperienza interna. Per quanto riguarda il cliente nella relazione di counseling e psicoterapia questo significa acquisire delle abilità per gestire il proprio mondo emozionale e per far fronte alla confusione mentale. Queste abilità e risorse si rifanno principalmente alla spaziosità della consapevolezza, al carattere di motivazione e impegno, alla caratteristica del coraggio di esplorare ed essere in contatto ed infine alla funzione della disidentificazione: così è stata definita all’interno del modello della psicosintesi la capacità di distanziarsi dai contenuti della mente e del corpo (siano essi sensazioni, emozioni, pensieri, desideri, ecc) riconoscendo che essi continuamente si trasformano, non hanno carattere di permanenza e sostanzialità e in ultimo non sono il sé. 

In termini di relazione d’aiuto questo offre l’importante possibilità dell’apprendere a dimorare in altri luoghi interiori, al di là dell’identificazione con il pensiero e con il corpo, al di là dell’ego. I diversi approcci hanno utilizzato metafore e mezzi abili per descrivere il mistero della consapevolezza disidentificata, come ad esempio il vero sé, oppure il centro di consapevolezza oppure ancora la mente di Buddha, la chiara mente naturale libera dagli oscuramenti. Ma, ancora una volta al di là delle etichette, ciò che è fondamentale è la possibilità, per la persona in cerca di aiuto, di trovare un rifugio, una spaziosità interiore al di là delle problematicità dell’ego. E questo è un risultato della pratica che ha effetti significativi, che non sono affatto trascurabili e vanno sostenuti e perseguiti  per rendere efficace l’intervento d’aiuto. Apprendere a dimorare nello spazio interiore sicuro consente di affrontare le diverse situazioni della vita a partire da una dimensione di sicurezza interiore, consente di trovare rifugio nelle qualità dell’essere, riducendo l’ansia, la tensione, il continuo identificarci con il fare e con la mente inappagata e alla continua vana ricerca di qualcosa che plachi l’insoddisfazione.

Si tratta quindi di un cambiamento significativo nell’esperienza interna, dall’identificazione cieca limitante con l’io e con l’immagine di sé, a una disidentificazione che comporta un nuovo senso del sé, fondato sul radicamento corporeo ma non identificato con il corpo, nutrito dalla spaziosità della mente consapevole e da una dimensione esistenziale di interdipendenza e di connessione con la vita  e con gli ‘esseri senzienti’. Questo cambiamento significativo rappresenta il livello iniziale del percorso transpersonale, la base sulla quale si possono sviluppare ulteriori insights nella realizzazione dell’assenza del sé, della natura della sofferenza e delle vie per  pacificare la mente/cuore.

A4) L’integrazione con la tecnica del dialogo con le parti interiori

Questo cambiamento nella percezione e identificazione con l’io/sé viene ulteriormente rafforzato nel counseling dalla importante tecnica del lavoro con le parti, derivata dalle psicoterapie umanistiche (in particolare Gestalt, Programmazione NeuroLinguistica, Ipnosi ericksoniana): la metafora del sé come composta di più parti o stati dell’io e diversi livelli di funzionamento contiene diversi vantaggi metodologici, nella direzione del trascendimento dell’ego e del relazionarsi al mondo interno e interpersonale in modo nuovo: in primo luogo il cliente apprende a non considerasi come un tutto unico e indissolubile, e vedere la complessità esistenziale della mente e dei suoi meccanismi, e questo di per sé può produrre degli insight minori ed iniziali che poi eventualmente, qualora supportati dalla pratica meditava intensiva, faranno da supporto per ulteriori insight spirituali e transpersonali; in secondo luogo, più operativamente, il cliente apprende ad ascoltare e a dialogare con le parti interiori, a prendersi cura delle parti più fragili e vulnerabili, a negoziare con le parti conflittuali e soprattutto al dare amore e compassione a queste parti.

Nella mia personale esperienza come counselor e psicoterapeuta, così come nell’esperienza condivisa con i colleghi di Mindfulness Project, questa metafora delle parti si è rivelata molto efficace nella sua integrazione con le pratiche buddiste di sviluppo della gentilezza amorevole (metta) e della compassione (karuna) in cui si invia e offrono amore (inteso come desiderio di sicurezza e felicità) e compassione (intesa come desiderio di liberazione dalla sofferenza) verso se stessi, e in particolare verso le parti fragili, vulnerabili e afflitte di sé e poi verso gli altri.

Queste pratiche integrate tra counseling e meditazione meriterebbero una trattazione specifica più esaustiva, che va oltre alle finalità di questo articolo, per la loro efficacia clinica e soprattutto perché esse rappresentano il nucleo di quella capacità matura di prendersi cura di sé e degli altri che è il senso del cammino transpersonale, nel counseling, nella psicoterapia come nel sentiero buddista[4].

Vediamo meglio questo aspetto, che è l’assunto centrale dell’approccio del Mindfulness Counseling, trattando le implicazioni della pratica meditativa per la relazione d’aiuto.

 

  1. L’importanza della familiarizzazione con il corpo e con la mente per la relazione d’aiuto
B1) La relazione d’aiuto, l’amore che guarisce e la formazione degli operatori

 Abbiamo più volte evidenziato che un approccio integrato fra Dharma buddista e modelli della psicologia e del counseling  prevede un particolare disposizione interiore e relazionale da parte di colui che offre l’aiuto, al fine di consentire nell’utente il cammino verso l’integrazione personale ed eventualmente verso la liberazione transpersonale L’intervento di counseling e terapia, principalmente con l’utilizzo di mezzi abili, elaborati su misura per quella persona in quel particolare momento, si manifesta a partire da questa attitudine interiore e interpersonale che abbiamo visto è caratterizzata da una mente e un cuore aperti e compassionevoli.

Così come aveva già teorizzato Rogers, se la relazione è colorata da determinate qualità, esse vengono apprese dal paziente e dirette verso se stesso e verso gli altri. In altri termini la capacità di prendersi cura di sé e di amarsi richiede un attento lavoro interiore sostenuto da un rapporto interpersonale che sia in grado di manifestare le medesime caratteristiche di presenza e accoglienza, amorevolezza ed empatia che intendiamo sostenere e rafforzare nel continumm mentale dello stesso cliente o paziente.

Nell’ultima fase della sua ricerca, Rogers è arrivato alla considerazione che apre questo capitolo e che  ben rappresenta il senso dell’essere in rapporto nella piena consapevolezza ed empatia.

Naranjo (1999 e 2007) si riferisce a questo parlando di un fattore di contagio interpersonale : “Se la terapia migliore si fa con la relazione stessa, è il terapeuta (che non solo si serve di concetti ma ha ubbidito alla propria vocazione umana) colui che contagerà il paziente con la sua capacità e il suo interesse grazie e attraverso la coscienza e la verità “ (Naranjo C., 2007, pag. 275 ed. italiana ). Questa caratteristica di trasmissione diretta e di contagiosità è ancora più evidente nel caso di un approccio che ha come fondamento l’essere in meditazione nella relazione e richiede una grande attenzione e sollecitudine da parte di chi porta aiuto, non solo nelle situazioni in cui la lotta interiore nevrotica sia più conclamata ma anche nel caso in cui una persona sia più in armonia con sé e con il mondo; come dice ancora Naranjo (1999): “Quale che sia la crescita nell’amore per sé e per gli altri che abbiamo ottenuto dalla pratica spirituale tradizionale e qualunque aiuto si ricavi dall’insight psicologico, essere in rapporto con una persona amorevole è sempre d’aiuto e, talvolta, è la sola via d’uscita al ‘camminare in circolo’. La persona fortunata impara ad accettare e valutare il proprio sé sotto l’ombrello protettivo dell’amore materno, e la persona consumata da un io che detesta può essere tratta in salvo nella vita adulta grazie all’esperienza di un rapporto con una guida autenticamente benevola

Date queste considerazioni parrebbe allora naturale anche se non scontato che il requisito indispensabile per poter accompagnare una persona o un gruppo lungo questo cammino sia la conoscenza stessa del sentiero, l’aver esplorato, in qualche misura, i territori della pratica, le dure fatiche dell’indagine interiore, l’impegno del contatto con la sofferenza ma anche la chiarezza della consapevolezza e l’apertura del cuore alla compassione.

Questa riflessione non trova generalmente riscontro nei programmi delle diverse agenzie formative alla psicoterapia e al counseling, che troppo spesso prediligono la maturazione concettuale degli allievi, l’apprendimento delle teorie e dei modelli, l’apprendimento tecnico di protocolli di intervento senza però offrire reali strumenti per lo sviluppo dei fattori determinanti la relazione d’aiuto, che abbiamo visto essere le qualità dell’essere e i fattori relazionali. Questi necessitano di un apprendimento esperienziale, e la pratica buddista offre strumenti concreti ed efficaci, sperimentati nell’esperienza personale da migliaia di praticanti nel corso del tempo e recentemente sempre più avvalorati dalla ricerca scientifica.[5]

La pratica interiore  e relazionale del counselor/terapeuta oltre ad essere garanzia per il viaggio interiore, offre anche specifici strumenti relazionali che sono necessari in un approccio alla relazione d’aiuto esperienziale e centrato sul processo. Nel prossimo paragrafo forniamo uno sguardo d’insieme alla relazione d’aiuto centrata sulla presenza meditativa.

B2) Un modello di relazione d’aiuto focalizzato sul processo meditativo

Quando parliamo di portare la meditazione nella relazione d’aiuto, secondo la prospettiva di Mindfulness Project, ci riferiamo a tre principali direttive: la prima è il considerare la relazione d’aiuto come una pratica meditativa interpersonale; la seconda è focalizzarsi sulla maturazione delle qualità della Mente e del Cuore di chi offre e di chi riceve l’aiuto; la terza riguarda le finalità del setting della relazione d’aiuto.

Considerare la relazione d’aiuto essenzialmente come una forma di meditazione nel contesto interpersonale significa spostare il focus dell’intervento dalle parole e dai pensieri, cioè dall’attività discorsiva della mente, all’esperienza globale della persona nel continuo divenire del momento presente. Con riferimento alle pratiche di consapevolezza descritte precedentemente, cliente e operatore si stabilizzano nella consapevolezza del respiro per poi esplorare, con diverse varianti metodologiche, la consapevolezza del corpo, delle sensazioni e delle dinamiche della mente. L’attenzione privilegia non tanto i contenuti dei pensieri e delle esperienze quanto piuttosto la consapevolezza stessa, il processo, il come la persona si relaziona alla mente e al corpo. Si tratta di un approccio che si differenzia notevolmente dai modelli che utilizzano l’interpretazione come principale strumento o che si centrano principalmente sui processi cognitivi e sui contenuti delle elaborazioni mentali. Si avvicina maggiormente ai modelli umanistici e agli approcci centrati sul processo esperienziale, condividendo diversi assunti teorici e metodologici con la terapia centrata sul cliente, di Carl Rogers e con la  Gestalt, in primo luogo nelle elaborazioni di Naranjo  (1973, 1999) ma rispetto a questi enfatizza ulteriormente la possibilità della dimensione contemplativa nella relazione, l’essere nella concentrazione e nella consapevolezza stessa, radicati nella presenza corporea e con l’intento di aprirsi maggiormente alla dimensione investigativa.

 La finalità del percorso investigativo differenzia ulteriormente il modello Mindfulness Project dalle diverse forme di psicoterapia e counseling in quanto, come si è detto, condivide con il Dharma buddista l’obbiettivo di un graduale percorso di conoscenza e di evoluzione della persona da un livello maggiormente identificato con l’ego a un livello in cui maturano specifiche forme di conoscenza intuitiva delle caratteristiche esistenziali (la transitorietà dei fenomeni, il loro carattere insoddisfacente e impersonale) accompagnate dall’apertura del Cuore e quindi dallo sviluppo di condizioni mentali altruistiche come la compassione e l’amore.

Le risorse che si intendono accrescere, sia nel cliente che nell’operatore, sono quelle che abbiamo descritto essere il cammino ed il risultato della pratica meditativa, come ad esempio il rilassamento psicocorporeo, l’accoglienza compassionevole rispetto ai processi della mente e del corpo, lo sviluppo di una centrale qualità di consapevolezza e spaziosità interiore, la disidentificazione e l’equanimità.

La funzione dell’operatore è quella di facilitare l’autoesplorazione e di fare empaticamente da specchio, richiamando la persona al presente, all’osservazione disidentificata e radicata nel processo, ai fondamenti della consapevolezza del corpo, del respiro, delle vedana e della mente (pensieri ed emozioni). Il rispecchiamento prevede qualità specifiche di attenzione alla comunicazione verbale e non verbale e la conoscenza di processi introspettivi della contemplazione. L’attitudine centrale non è rivolgersi ai problemi e alle soluzioni, né cercare di capire l’origine delle disfunzioni psicologiche ma sviluppare la capacità di essere presenti e aperti all’esperienza dell’essere vivi, dell’essere nel mondo. Quindi la focalizzazione più importante riguarda  non il fare ma l’essere, non l’ottenere ma il cercare, non la meta ma il cammino stesso, in un continuo processo di attenzione a quanto emerge nella consapevolezza momento per momento. Questa attitudine comporta di conseguenza la maturazione di quello che è stato definita come “il coraggio della consapevolezza” (Pensa C., 2002) e quindi di una certa qualità di sicurezza interiore e fiducia, che rinforza ulteriormente il processo di esplorazione e investigazione.

Il ruolo del counselor/terapeuta, attraverso la sintonizzazione empatica nella dimensione contemplativa è quindi quello di accompagnare la persona nella sua ricerca, sostenendolo quando si trova di fronte ad esperienze nuove ed emotivamente intense, richiamandolo con attenzione e sollecitudine al presente quando divaga e mette in atto le strategie di controllo o i meccanismi disfunzionali e condizionati di evitamento.

Si tratta di una pratica, di un camminare insieme lungo il sentiero, di un apprendere gradualmente dall’esperienza, di un accorgersi ripetuto di quanto sia difficile maturare la consapevolezza e la compassione, ma al tempo stesso di quanto sia utile e sorprendentemente liberatorio: scoprire che possiamo stare con l’emozione, che possiamo dimorare in stati di concentrazione e rilassamento, che possiamo osare a stare nel presente, che possiamo correre il rischio di non fuggire e di accogliere con amore e accettazione quanto si manifesta nella nostra esperienza è di per sé radicalmente trasformante. Proseguire sul sentiero, affinando la pratica, rafforzando l’attenzione e la forza dell’investigazione può condurre ai livelli più avanzati, in cui la disidentificazione e l’allentamento dell’io si fanno chiari e la comprensione intuitiva si fa più profonda: la spaziosità della mente/cuore sarà un’esperienza personale e concreta.

Il percorso contemplativo viene rafforzato dalla presenza empatica, dalla possibilità di sperimentare un contesto di relazionale di accoglienza, fiducia e sostegno, dalle indicazioni tecniche e anche  soprattutto dalla possibilità della condivisione verbale quando la parola, come si è detto, è ancorata al corpo e diviene anch’essa oggetto della consapevolezza.

Mindfulness Project ha elaborato e sta tuttora elaborando strumenti tecnici adatti a facilitare la pratica del rispecchiamento e dell’ascolto empatico nella dimensione meditativa e per affinare le competenze tecniche del counselor/terapeuta. Nell’integrazione con i modelli della psicoterapia e del counseling occidentale si sono ad esempio rilevati mezzi utili l’ascolto attivo rogersiano ed il focusing di Gendlin, il lavoro con le parti interiori, la metodologia del continuum di consapevolezza, propria della Gestalt e rielaborata secondo l’ottica del Dharma, e nella mia personale esperienza i diversi strumenti derivati dall’ipnosi ericksoniana, ulteriore modello che condivide la dimensione di concentrazione nella relazione, l’enfasi posta sulla relazione stessa e sullo sviluppo di stati ‘altri’ di consapevolezza.

L’integrazione dei diversi mezzi abili è possibile a partire dal fulcro centrale rappresentato dall’attitudine relazionale centrata sull’accoglienza empatica e sulla compassione, sulla continua attenzione e sollecitudine rispetto alla sofferenza dell’altro, nei diversi aspetti in cui essa si manifesta.

C) L’importanza della pratica meditativa del terapeuta per lo sviluppo delle qualità della Mente del Cuore

Veniamo ora ad alcuni spunti di riflessione sullo sviluppo delle qualità della Mente e del Cuore nel counselor/terapeuta attraverso lo studio e la pratica meditativa e degli insegnamenti del Dharma.

  • Un primo strumento è l’affinamento dell’attenzione e della concentrazione mentale e la significativa riduzione della distrazione e della tendenza a teorizzare e a perdersi nella mente concettuale, giudicante e non connessa in maniera diretta con l’esperienza. Questa qualità, abbiamo visto, viene nutrita e sorretta dalla pratica di consapevolezza e dal radicamento disidentificato ma partecipe nei processi corporei, nel respiro, nell’osservazione dei processi mentali. E’ particolarmente utile per il counselor/terapeuta che è chiamato nel suo lavoro ad essere presente e vigile. La pratica della consapevolezza nella relazione d’aiuto prevede una certa capacità di osservare il proprio continuum psicocorporeo mentre si osserva e fa attenzione a cosa l’altro manifesta nella relazione momento per momento. Quindi un’attenzione sostenuta rivolta sia all’interno che all’esterno. Una certa dimestichezza con la meditazione aiuta sensibilmente a spostare il focus dall’interno all’esterno, da sé all’altro e viceversa. Il Satipatthana Sutta può essere un riferimento anche per il terapeuta, che sarà particolarmente attento alle sensazioni corporee, alle sensazioni di piacevolezza e spiacevolezza, di attaccamento e preferenza oppure di avversione e repulsione rispetto a quanto avviene nella relazione e rispetto al paziente stesso. E sarà attento alle immagini interiori, ai pensieri, alle risonanze interne, alle associazioni mentali evocate nella relazione. Il training buddista affina in maniera significativa questa capacità di riconoscere sensazioni e stati mentali, favorendo lo sviluppo del silenzioso testimone interiore che può svolgere la funzione di protezione dagli stati mentali disfunzionali e quindi contribuire alle capacità di autosupervisione e di monitoraggio del terapeuta stesso. La pratica della consapevolezza quindi rappresenta un metodo per maturare la capacità di attenzione al controtransfert e alla sensibilità interiore.
  • Collegato al precedente merita una trattazione a parte l’aspetto della semplicità e della non- intellettualizzazione: la consapevolezza è esperienza diretta e immediata, con una mente ‘da principiante’, relativamente non limitata dalle concettualizzazioni e teorizzazioni. E’ nella esperienza diretta della pratica che sperimentiamo il divario tra la realtà così come essa è e le idee o rappresentazione che abbiamo su di essa. Questo aspetto fondamentale della meditazione è di grande utilità per il clinico, che nell’ambito della formazione accademica ha nella maggior parte dei casi avuto un training focalizzato sulle caratteristiche della conoscenza teorica e dell’analisi e che è abituato quindi a interpretare la realtà a partire dalle categorizzazioni ed etichettature dei diversi modelli psicologici. Questo spesso diventa un ostacolo all’esperienza pura e immediata dell’essere in relazione empatica con l’altro, un eccesso di pensiero che impedisce la dimensione meditativa e l’apertura del cuore. La pratica meditativa del terapeuta ha quindi l’ulteriore vantaggio di bilanciare l’infatuazione per il pensare e per l’elaborazione teorica con la consapevolezza esperienziale.[6]
  • Un ulteriore effetto non trascurabile del training buddista è quello di poter sostenere la concentrazione e l’attenzione nel corso delle diverse sedute giornaliere, e quindi di apportare energia e nutrimento all’ascolto attivo e partecipe. Questo aspetto del livello energetico della consapevolezza e della concentrazione è sostenuto in maniera significativa dalle pratiche psicocorporee come lo yoga, il kum nye, il qi qong, che accrescono il livello di vitalità e di rilassamento così come l’attenzione e la presenza vigile
  • L’apprendere a dimorare nella concentrazione favorisce ulteriormente la capacità di riconoscere gli stati della coscienza e le sue alterazioni, sia in sé che nel cliente. Questo aspetto è condiviso con l’ipnosi ericksoniana, che considera la capacità di entrare in trance ipnotica del terapeuta un prerequisito per facilitare le potenzialità ipnotiche del paziente. Nei termini del modello ispirato al Dharma buddista ci si riferisce in particolare al territorio degli stati di consapevolezza, concentrazione e rilassamento che si possono sperimentare nel rapporto interpersonale, secondo il principio, di cui siè detto, della ‘contagiosità’ della dimensione di coscienza del terapeuta/counsleor. Anche in questo senso risulta essere fondamentale l’esperienza di pratica meditativa personale del terapeuta.
  • Un altro punto che mi sembra non trascurabile è l’importanza della sensibilità del terapeuta e la sua capacità di tollerare le proprie e altrui emozioni: scoprire, attraverso al pratica meditativa, quella spaziosità interiore di cui si è detto, consente di poter accogliere, com-prendere il mondo dell’altro e il nostro. Si tratta cioè di affinare e rafforzare la capacità di accoglienza non giudicante e non reattiva, sia rivolta verso le tematiche personali, sia rivolta alla relazione e a quanto il paziente stesso esprime e condivide. Una salda pratica buddista facilita il riconoscere la reattività, quando sorge in noi paura, frustrazione e distrazione e quando invece è possibile aprirci e donare all’altro la presenza compassionevole e incondizionata; quando è il nostro ego a prendere il sopravvento o quando l’ego si dissolve ed emergono, dallo spazio limpido della mente naturale, la compassione, la gentilezza amorevole, l’equanimità. Ancora una volta questo è un processo che riguarda simultaneamente l’interno, la spaziosità e l’accudimento che il terapeuta ha appreso esperienzialmente, e l’esterno, la possibilità di accogliere l’altro, di accettarlo incondizionatamente, come direbbe Rogers, affinché possa apprendere ad accettare se stesso e scoprire la spaziosità e la limpidezza della consapevolezza.
  • Lo sviluppo della capacità di amore e di empatia è tra le implicazioni più significative del training buddista per lo psicoterapeuta: si tratta di potenti e salutari stati mentali che possono emergere dall’insight interiore nella pratica intensiva e che al tempo stesso vengono tradizionalmente coltivati attraverso forme specifiche di meditazione (come la pratica di Metta e il Tong Len), che Mindfulness Project ha adottato come strumenti significativi per la formazione degli operatori della relazione d’aiuto. La fondamentale capacità di amore e compassione del terapeuta offre il terreno fertile per fare maturare nel cliente la stesse qualità, sia in relazione a se stesso che in relazione agli altri: questo, come si è detto, è il nucleo del processo della cura e della guarigione nella terapia.
  • Da un punto di vista metodologico, le diverse qualità dell’attenzione saggia, della concentrazione, dell’empatia e dell’amore rappresentano anche la condizione centrale per il rispecchiamento empatico all’interno della relazione meditativa, per essere nella relazione con l’altro a partire da una condizione meditativa. Questa è la condizione peculiare del modello relazionale che Mindfulness Project sta elaborando, come descritto sommariamente più sopra, che considera centrale l’esperienza meditativa pratica del terapeuta/counselor per portare concretamente il Dharma nella relazione d’aiuto, affinando la qualità della relazione stessa, la possibilità di una intima e non concettuale esplorazione e condivisione.
  • Infine una variabile significativa relativa all’apporto che il Dharma può offrire riguarda quella che possiamo considerare lo sfondo esistenziale degli insegnamenti buddisti: la conoscenza degli insegnamenti è lo sfondo che contiene la possibilità della pratica e della sintonizzazione meditativa nella relazione d’aiuto. La riflessione sulla sofferenza, sulle sue origini e sulla possibilità della liberazione, la dimensione etica, la conoscenza esperienziale dell’impermanenza, una seppur minima esperienza del dissolversi dell’io e la conoscenza delle altre tematiche fondamentali (come la legge del Karma, ad esempio) rappresentano risorse profonde per il terapeuta, risorse che sostengono l’impegnativo mestiere dell’aiutare gli altri e che rafforzano ulteriormente la motivazione altruistica. La pratica stessa diventa la pratica spirituale, il cammino lungo l’ottuplice Sentiero e un modello ideale di vita a cui tendere con impegno e entusiasmo, come l’ideale del Bodhisattva che dedica la pratica allo sviluppo della saggezza e della compassione per portare beneficio agli esseri senzienti

Questo sfondo esistenziale offerto dal Dharma rappresenta un modello di saggezza, amore e compassione che viene trasmesso per lo più implicitamente, con la qualità stessa dell’evoluzione del terapeuta, senza che in modo egoico e narcisistico vengano, per così dire, ‘sbandierate ai quattro venti’ le qualità spirituali del terapeuta stesso e secondo una modalità laica e a-confessionale, che non prevede alcuna adesione al buddismo, e che essenzialmente offre strumenti esperienziali e pragmatici per la liberazione dalla sofferenza.

 

  1. D) Implicazioni per il setting e riflessioni sulla struttura del counseling

Un ultima nota riflessiva riguarda il setting: un modello orientato alla consapevolezza ed ispirato al Dharma buddista richiede l’integrazione del lavoro svolto nelle sedute individuali con pratiche meditative svolte in ritiro e con pratiche meditative interpersonali svolte nel gruppo.

Senza fissarsi in rigide strutture legate all’ortodossia dei diversi approcci al counseling e alla psicoterapia, è utile e a volte necessario creare o trovare contesti in cui sperimentare le pratiche, in cui favorire l’esperienza diretta della meditazione.

Le diverse possibilità del setting possono essere tracciate lungo un continuum che va dal caso in cui un terapeuta abbia un pratica meditativa personale che sostiene la pratica clinica senza che questo comporti l’introduzione della meditazione nel setting, al caso in cui essa è esplicitamente impiegata ed ‘insegnata’ al paziente.

Lungo questo continuum si intrecciano le variabili della seduta individuale o di gruppo e le variabili temporali.

All’interno di Mindfulness Project ad esempio, i diversi operatori utilizzano diverse possibilità del setting, dal caso in cui la meditazione viene portata e appresa nella relazione, al caso della psicoterapia o del counseling ispirati al Dharma nel contesto della seduta singola o di gruppo. In particolare il contesto gruppale residenziale si è rilevato particolarmente efficace per la creazione del gruppo come risorsa collegata alla necessità umana di relazione nella comunità. Il sostegno delle relazioni con il gruppo/sanga all’interno del clima di fiducia e empatia è particolarmente significativo per l’apprendimento delle pratiche della consapevolezza come atteggiamento relazionale diretto al proprio mondo interiore e interpersonale. Questa è facilitata ed implementata da pratiche meditative nella relazione, da esercitazioni alla consapevolezza nell’incontro con l’altro, dalle pratiche di sviluppo della compassione e della gentilezza amorevole, in un equilibrato rapporto tra loro e con le pratiche psicocorporee.

Tra le diverse attività, la Scuola di Formazione al Mindfulness Counseling si è dimostrata essere un laboratorio che rappresenta una modalità particolare di setting integrato, in cui sperimentare le diverse possibilità della pratica buddista nel contesto del counseling individuale e di gruppo. La crescita continua degli allievi e di noi formatori, sia a livello personale che professionale, ci stimola a ricercare e a domandarci ulteriormente quali cambiamenti apportare all’intervento clinico, alla formazione stessa o alla pratica del counseling per renderli efficaci nell’offrire strumenti adatti all’uomo moderno per intraprendere il cammino verso l’apertura della mente alla saggezza e l’apertura del cuore alla compassione. 

Allo stesso modo, possano queste semplici riflessioni sull’integrazione tra Dharma e relazione d’aiuto essere fonte di ricerca, di indagine e sperimentazione per chiunque sia saggiamente motivato a prendersi cura degli altri e a liberarli, in qualsiasi misura, dai vincoli della sofferenza.

Bibliografia

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Welwood J. (1991) Riflessioni su psicoterapia e pratica spirituale, in Bonecchi  A., Psicoterapia e meditazione, Mondatori, Milano 1991

[1]  per un prospettiva della tematiche dell’espressione delle emozioni si vedano Thich Nath Hanh (2001) Anger, Riverhead Books ( trad. it. Spegni il fuoco della rabbia, Mondadori Milano 2002) e Dalai Lama , Goleman D. (2003) Destructive Emotions, Bantam Books ( trad. it. Emozioni distruttive, Mondadori 2003)

[2] si veda Perls F. (1969) Gestalt Therapy Verbatim, Real People Press (trad. it. La Terapia Gestaltica parola per parola, Astrolabio, Roma 1980) e Kepner J. (1993) Body Process, Jossey-Bass Inc. (trad. it. Body Process. Il lavoro con il corpo in psicoterapia, Franco Angeli 1997)

[3] si vedano ad es. Mahasi Sayadaw (1971), Practical Insight Meditation, Buddhist Publications Society, Kandi (trad.it. La pratica dell’insight, Ubaldini, Roma 1989) e U Pandita (1991), In this very life, Wisdom Publications, Boston  (trad. it. Proprio in questa vita, Ubaldini, Roma 1994)

[4] si vedano ad esempio Allione T. (2008), per una specifica metodica di lavoro con le parti in cui vengono integrati elementi della Gestalt  e del Buddismo tibetano e Andreas C., Andreas T. (1994) per una tecnica derivata dalla Pnl che presenta diverse caratteristiche transpersonali.

[5] Su queste tematiche si vedano ad esempio Welwood J. (1991) Riflessioni su psicoterapia e pratica spirituale, in Bonecchi  A., Psicoterapia e meditazione, Mondadori, Milano 1991 e Fulton P. (2005), Mindfulness as Clinical Training in Germer C., Siegel R., Fulton P., Mindfulness and psycotherapy, Guilford Press

[6] su questo tema si veda Fulton P. (2005), Mindfulness as Clinical Training in Germer C., Siegel R., Fulton P., Mindfulness and psycotherapy, Guilford Press