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Dharma, mindfulness e relazione d’aiuto

 Riflessioni sulla pratica del Dharma e la formazione degli operatori della relazione d'aiuto
tratto da "la cura della consapevolezza" di Massimo Tomassini

 

Introduzione generale: le attitudini interpersonali come fondamento della relazione d’aiuto

"... Noto che quando sono più vicino al mio Sé interiore ed intuitivo, quando sono in qualche modo in contatto con l'ignoto in me, quando sono forse in uno stato di coscienza lievemente alterata, allora tutto ciò che faccio sembra possedere un'intima qualità curativa. Allora la mia semplice presenza è liberante ed utile per l'altro." (Rogers C, 1983, pag. 112 ed. italiana)

Queste parole sono state dette da Carl Rogers nell’ultimo periodo della sua attività come psicoterapeuta e autore: rappresentano l’essenza del cammino interiore e professionale di una persona che ha dedicato la vita ad aiutare gli altri e a insegnare come far questo attraverso un metodo che ha definito Approccio Centrato sulla Persona.

 Al culmine della maturità professionale Rogers era ben consapevole che per un terapeuta le conoscenze teoriche, l’esperienza formativa, la padronanza degli aspetti tecnici, sono componenti secondarie rispetto allo sviluppo di qualità relazionali fondamentali e alla maturazione di ‘un modo d’essere’ che è il fulcro centrale dell’intervento d’aiuto.

Attraverso un lungo percorso di ricerca e pratica clinica, Rogers e collaboratori hanno orientato il loro modello sulle caratteristiche della relazione d’aiuto efficace, individuando quelle componenti fondamentali e decisive per l’evoluzione psicologica delle persone.  Qualità interpersonali come l’accoglienza e il rispetto per l’esperienza dell’altro, l’empatia e l’autenticità del terapeuta sono state considerate il nucleo essenziale della possibilità di offrire un clima relazionale in grado di sostenere e facilitare il percorso di crescita di un essere umano. L’ascolto profondo e l’attitudine relazionale colorata dalle qualità dell’empatia, dell’autenticità e dell’accettazione positiva e incondizionata offrono la possibilità al paziente di autoesplorare il mondo interiore, di fare esperienza del flusso dei pensieri, delle sensazioni corporee, delle emozioni e degli stati mentali. Attraverso questa pratica di investigazione interiore il paziente riconosce e accoglie sempre più gli aspetti di sé misconosciuti e rifiutati e gradualmente sana la frattura interiore tra quello che Rogers definì il sé organismico (ciò che sperimento interiormente, a livello corporeo e viscerale) e il sé concettuale (le razionalizzazioni, le strutture difensive condizionate e apprese).  In altri termini, il paziente apprende modalità nuove per aver cura di sé, e poi per aver cura delle relazioni con gli altri.

La ricerche sull’efficacia ed efficienza della psicoterapia hanno sostanzialmente confermato le ipotesi rogersiane evidenziando che gli aspetti relazionali siano significativamente più importanti delle diverse tecniche applicate.

Le ricerche si sono soffermate sulle variabili legate al modello, sulle variabili  relazionali, sulle variabili legate al terapeuta e su quelle relative al paziente, concludendo in sintesi che ciò che emerge come significativo è il fatto che non siano tanto l’aderenza a un modello oppure ad un altro, né l’uso di una metodologia piuttosto che un'altra, quanto piuttosto le variabili relative alla qualità della relazione e alle qualità manifestate dal terapeuta, che sono determinanti nella formazione e nel mantenimento dell’alleanza da lavoro, di quel caratteristico insieme di motivazione, legame affettivo e accordo cooperativo che fa da contenitore e da amplificatore di quelli che sono poi gli interventi più prettamente tecnici (Giusti E., 1997; Garfield 1992; Bergin e Garfield 1994; Seligman, 1995; Miller, Duncan e Hubble, 1997). Queste variabili relazionali si intrecciano significativamente con le variabili relative al cliente, le sue risorse interne ed esterne, come la motivazione e la forza della sua rete sociale.

Il ruolo e le competenze del terapeuta si esplicano nella possibilità di creare e sostenere questa relazione costruttiva, questa situazione interpersonale che rappresenta la base sicura che consente l’esplorazione del mondo interiore e la riorganizzazione degli schemi interpersonali, dei modelli operativi interni, dei copioni intersoggettivi che guidano il comportamento e danno struttura al modo in cui viene vissuta e interpretata l’esperienza stessa.

Nella prospettiva di Mindfulness Project le qualità relazionali maturano nel percorso formativo del terapeuta e del counselor grazie all’integrazione della pratica meditativa e dello studio del Dharma buddista con l’apprendimento degli aspetti teorici e metodologici del counseling: l’assunto fondamentale è che la meditazione abbia un ruolo determinante nel far maturare e  sviluppare quei fattori mentali salutari che definiamo ‘qualità dell’essere’ e che sostengono l’attitudine del counselor/terapeuta nella relazione d’aiuto. E’ questa attitudine che fa da sfondo e contenitore per l’ascolto profondo, empatico e partecipe.

Ed è grazie a queste qualità relazionali che è possibile quell’intima capacità curativa che non appartiene né al terapeuta né al paziente ma appartiene a entrambi e alla relazione, che origina nel contesto dell’interazione stessa se in essa sono presenti la consapevolezza, l’amore, la compassione e gli altri aspetti costruttivi della Mente-Cuore.

  1. La meditazione nella prospettiva buddista

La meditazione come addestramento a sviluppare stati mentali salutari

Il training buddista può essere compreso nei termini di un addestramento sistematico alla familiarizzazione e alla coltivazione di stati e fattori mentali salutari. Sia il termine tibetano Gom, che il termine sanscrito Bhavana che generalmente vengono tradotti come meditazione, racchiudono in sé il significato di familiarizzare, avvicinarsi all’oggetto meditativo e renderlo sempre più vivido e presente, limitando la distrazione e le diverse interferenze alla concentrazione e alla consapevolezza.

Le qualità che si intendono coltivare e maturare con la meditazione ed il cammino buddista sono ad esempio la consapevolezza, la concentrazione, la fiducia, la generosità, l’amore, la compassione e l’accoglienza equanime, i diversi fattori mentali virtuosi che sono elencati nell’Abhidhamma, il compendio dell’analisi della mente secondo la psicologia buddista.

Thich Nhat Hanh si riferisce alla familiarizzazione con gli stati mentali costruttivi con un linguaggio metaforico ed evocativo: “La nostra mente è un campo in cui si è seminato ogni tipo di seme: semi di compassione, di gioia e speranza, semi di tristezza, paura, difficoltà. Ogni giorno i nostri pensieri, parole e azioni piantano nuovi semi nel campo della nostra coscienza e ciò che nasce da essi diviene la sostanza della nostra vita. Nella nostra mente-campo si trovano semi salutari e non salutari che vi sono stati sparsi da noi stessi e dai nostri genitori, insegnanti, antenati, e dalla società in cui viviamo. Se seminate il grano, crescerà il grano. Se agite in modo salutare sarete felici. Se agite in modo non salutare, innaffierete in voi stessi e negli altri i semi dell’avidità, della rabbia e della violenza. La pratica della presenza mentale ci aiuta a identificare tutti i semi che abbiamo nella coscienza; sapendolo possiamo scegliere di innaffiare solo i più benefici. Se dentro di noi coltiviamo i semi della gioia e trasformiamo i semi della sofferenza vedremo fiorire comprensione, amore, compassione”. (Thich Nhat Hanh 2001).

Questo è anche il senso di un famoso insegnamento del Buddha, nel discorso sui due modi di pensare, secondo il quale l’inclinazione della nostra mente è data da ciò che più frequentemente pensiamo, dagli stati che più frequentemente abitano il nostro continuum mentale[1]. 

La meditazione come sviluppo di un modo d’essere in relazione con sé e con gli altri

In un ottica interdisciplinare possiamo definire la meditazione come un addestramento sistematico focalizzato allo sviluppo di un determinato modo d’essere, di un modo di relazionarsi con l’esperienza, che prevede l’allentamento del potere di controllo dei processi di identificazione dell’io, a favore della maturazione delle componenti transegoiche e transpersonali dell’essere umano, in un processo evolutivo diretto al trascendere la sofferenza in favore della liberazione, della purificazione della mente dagli stati mentali non salutari.

Gli elementi essenziali di questo modo d’essere sono qualità mentali relazionali, fattori mentali virtuosi che rappresentano un preciso modello di relazione con l’esperienza soggettiva e interpersonale.

Ciò che la pratica ci aiuta a maturare è sostanzialmente la capacità di relazionarci alle esperienze in modo aperto, in connessione con ciò che accade momento per momento, nella contemplazione della realtà che si manifesta nel presente e che continuamente si trasforma. 

La meditazione come investigazione della realtà della mente e del corpo finalizzate allo sviluppo della saggezza e della compassione

Stiamo quindi definendo la pratica in termini di

  1. sviluppo di qualità mentali positive e di stati mentali costruttivi
  2. addestramento progressivo e intensivo alla consapevolezza e all’investigazione della mente e del corpo
  3. apprendimento di una modalità aperta, accogliente, compassionevole  e saggia di essere in relazione con in fenomeni interni  e interpersonali

Nel cammino spirituale buddista l’addestramento mentale è inteso come finalizzato alla maturazione della saggezza, e in particolar modo della saggezza che si può sperimentare direttamente nel laboratorio che è il corpo/mente.

Tradizionalmente l’apprendimento comprende tre fasi: l’ascolto degli insegnamenti, la riflessione e la sperimentazione nella pratica intensiva. Ognuna di queste fasi rinforza le altre, ma la caratteristica fondamentale è quella esperienziale, la necessità di sperimentare direttamente la realtà della mente e del corpo: al di là della conoscenza intellettuale è attraverso l’esperienza introspettiva diretta che possono sorgere i livelli progressivi di conoscenza, la maturazione degli insight, in un cammino che va dalle intuizioni iniziali sino alla piena realizzazione spirituale.

In particolare il sentiero comporta la comprensione esperienziale del funzionamento della mente e la sperimentazione delle caratteristiche omnipervasive della realtà: l’impermanenza o transitorietà dei fenomeni (anicca), la sofferenza/insoddisfazione (dukkha) e l’impersonalità o assenza del sé (anatta). Lo sviluppo della conoscenza di anicca, dukkha e anatta ha lo scopo di disattivare la reattività interiore e l’identificazione egoica, il continuo sorgere di attaccamento o avversione, la continua attività mentale condizionata, sino a sperimentare livelli più profondi di equanimità e apertura e quindi di libertà dalle afflizioni e dalla sofferenza.

La meditazione come elemento centrale del Nobile Ottuplice Sentiero

La direttiva principale lungo la quale intraprendere il cammino per trascendere la sofferenza è l’Ottuplice Sentiero, la via che porta alla liberazione e al trascendimento della sofferenza, e che viene definita nelle sue componenti essenziali di sila, samadhi, panna, dove sila è il comportamento etico che sostiene lo sviluppo di samadhi, che è la concentrazione; entrambe concorrono alla maturazione di panna che è la saggezza. La retta consapevolezza e la retta concentrazione, che vengono addestrate principalmente con la meditazione, sono componenti del sentiero, in rapporto di

reciproca interdipendenza con le altre componenti: retta visione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retto sforzo, retto sostentamento.

Questo carattere di interdipendenza tra tecnica meditativa e pratiche che sostengono il comportamento etico, l’azione e la comunicazione è centrale in un modello di relazione d’aiuto ‘ispirato al Dharma’, che trae linfa vitale dal corpus degli insegnamenti inteso come un insieme complesso ma strutturato di conoscenze e strumenti per liberare la mente/cuore dalla sofferenza.

L’insegnamento sulle Quattro Nobili Verità è il riferimento centrale per definire la sofferenza e le sue cause, nonché la realtà della liberazione e del sentiero che conduce ad essa, il Nobile Ottuplice sentiero: la pratica meditativa formale, nelle diverse posture, o informale, nelle attività quotidiane è il mezzo principale per intraprendere il sentiero e ne è parte integrante.

La meditazione come riconoscimento dell’insostanzialità del sé

Il cammino è anche il processo di progressivo allentamento del condizionamento centrale, che nel Buddismo è rappresentato dall’ignoranza/illusione rispetto alla natura insostanziale del sé.

E’ l’ignoranza, la non comprensione della natura illusoria dell’ego, la radice delle diverse afflizioni mentali. E, al tempo stesso, l’aspetto centrale della maturazione e coltivazione dei fattori mentali salutari ed evolutivi è rappresentato dal dissolversi progressivo dell’identificazione e del controllo egoico. Si tratta di un processo fondamentale: quando il senso del sé come entità separata e indipendente va sullo sfondo, quando l’ego allenta il controllo nevrotico e si dissolve, lascia spazio alla natura non condizionata della mente. Da questa stessa spaziosità interiore scaturiscono i fattori mentali salutari e costruttivi, e la mente/cuore si apre alla compassione, all’amore, alla gioia e all’equanimità, cioè ai Braham Vihara, i quattro stati spirituali per eccellenza.